Anestesia locale

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Ho incontrato nella scorsa settimana gli amici del Comune di San Salvatore Telesino. Abbiamo visitato insieme i reperti di Telesia e l'antica abbazia benedettina con il suo antiquarium inaugurato a giugno di quest'anno. L'incontro è stato pubblico: vi hanno partecipato molti soci, alcuni amici della Fondazione, un nutrito numero di ragazzi dell'Istituto di istruzione superiore di Telese Terme, guidato dalla sua Preside. Ieri all'università, nell'ambito degli appuntamenti del mio corso di "Diritto e Letteratura" è venuto ad offrirci un contributo di idee il giornalista e scrittore Filippo La Porta, che mi ha promesso di tornare per presentare il suo nuovo lavoro sulla letteratura italiana emergente, che uscirà in libreria il 16 ottobre. La presentazione dovrebbe svolgersi a Telese Terme, con la partecipazione delle scuole della Valle Telesina, entro il natale 2010. Perché questo dettagliato resoconto degli ultimi due eventi che ho realizzato, anche se grazie ed insieme a molte persone più brave ed entusiaste di me? Solo per dire che il "fare" è esemplare, non è fine a se stesso, può indurre in errore, ma è preferibile al "non fare", che è la regola del gioco (il Teatro Stabile partenopeo ha tappezzato Napoli di grandi manifesti che illustrano il tema del "giocare" rapportato alle regole: molti illustri attori, da Barra a Moscato a Servillo, prestano il volto assai noto ad un equivoco che è stato ampiamente illustrato anni fa da Guido Rossi, con finalità in vero più degne di nota). Il "non fare" impera nel mondo contratto e disinibito che viviamo, nel buio dell'evanescenza e del conflitto sociale; il "non fare" è la risposta pubblica della burocrazia alla propria visione inconsistente delle cose del mondo. Il "non fare" non è la realtà, perchè non nasce dal tormento intellettuale degli uomini dinanzi ai propri interrogativi più impellenti, non viene dalla capacità e dalla volontà di "fare deserto" di cui ci parla Paolo Moretti, non guizza dalle acque impetuose del cuore di cui ci narra Maria Zarro. Il "non fare" è l'atto riempitivo di un vuoto che resta tale, evita le responsabilità del vivere, in presenza di un macigno che rotola dietro di noi e impone, invece, azioni responsabili. Si fa in modo che scorra, pensando che si raddrizzi la via, declinante in direzioni divelte, impossibili senza la forza della mano di una donna o di un uomo, la forza pietosa del perdono a se stessi per "fare" tutto quel che è potuto. Nella dimensione pubblica, nelle istituzioni si avversa la logica del "fare". Con le dovute eccezioni, s'intende. Non si fa filtro, non si fa controllo degli accadimenti. Si utilizza il bene comune per distoglierlo dall'attenzione di tutti, in funzione del tornaconto personale, come dimensione collerica della vanità. Quante pagine di storia e di letteratura raccontano questi eventi? Chi le ha lette? Chi ha fatto in modo che fossero lette? Più ci si avvicina all'oggetto delle nostre parole più l'occhio perde la vista, culmina nel vuoto. Lo scenario locale è il più anestetizzato (a quello globale provvede l'enfasi dei grandi profitti economici). Su questo piccolo spazio occorre incidere per suscitare il cambiamento. Qui vivono le persone. Qui si compie il loro ultimo viaggio. Qui, sulla terra piccola che ci ha sorpresi insieme, vanno perdute le paure e riprese le sfide del coraggio morale.