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Lavoro

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I pensieri sono sospesi ad una parete come un quadro

La condizione umana richiede l’azione della parete dove il quadro pende

Ma il dito fa ruotare nel piatto l’oliva con la sua bava prodigiosa

Perché non bisogna seguire il carro funebre della realtà

Il lavoro che un tempo era una religione oggi è rugiada distesa in un prato

Ada Negri sa che da questa fresca guazza s’origina lo stelo declinante

Non è cortese attribuire diritti per vederli negati da una rivolta silenziosa

Trascorrono sulle vie affollate dignitari costituiti dal canto notturno del Parkinson

Vengono fino alla nostra caverna con le ali spezzate dell’insetto carminio

E fingono che il mondo sia nato a loro insaputa nel ghetto di Varsavia

Le forze sovrabbondanti sono la lezione con cui la storia riveste il corpo dei caduti

Non rovesciate non soffocate le maniche lacere che custodiscono il lavoro

Un lavoro sporco è il principale tributo ad un futuro attendista

 

TeXto

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La lettera X è il grado intermedio di una scrittura intenzionata a durare.

La paura di cadere dalla nuvola sulla quale ondeggia lo scialle andaluso.

La gente che dorme e fa fatica a svegliarsi con le medesime formule nel petto.

Grigiore rumore dolcezza acida come pioggia che cade da un balcone.

Le scale sulle quali salire le scale dalle quali cadere mentre la mano si protende.

Nessuno può trasformare così a lungo se stesso da rubare acqua alle parole straziate.

Il gioco di Oscar uscito di galera è ripetere ai dormienti il Principe Felice.

A baciarsi per strada ci si rimette la pelle e i tombini nei quali rifluire.

Due giorni in ospedale e conosci il mondo fuggito negli anni a venire.

Incontri Dario in cerca del figlio Francesco e le sue lacrime il rene di Fabio a tre anni.

Gente di ogni razza di ogni colore pronta alla disperazione e al sorriso.

Non puoi andartene con la borsa piena di sogni senza spargerli altrove.

Improvvisamente si spezza la costola una continuità la voglia di accendere la luce.

Al centro di tutto una lettera soltanto una lettera che scompone la tua lingua.

Eppure primeggia come una figura diamantina a dorso di mulo.

Uno scopo che trafigge il percorso con la sua punta velenosa iridescente.

Quando non hai più niente sei al bivio ti manca la parola che sei essa riappare.

Ti dice d’incrociare la croce capovolgere il destino e cancellare ogni formula.

Alla fine non occorre il dover essere ma l’essere che annulla il senso del dovere.

Perciò rifletti fino a che sei in tempo rifletti sulle stagioni che ti hanno respinto.

Una donna distesa nel letto muschio apre le gambe per accogliere l’astro nascente.

Contempla il governo delle cose e rastrella le foglie che la circondano.

Non merita altro che la felicità non perché sia meritevole ma perché ha vissuto.

Una grande X sullo zaino porta alla montagna che divora il passo del mulo.

 

Testatreno

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Posti in piedi. Parole tradotte in parole. Chi ha fretta, chi ha voglia di tornare. Il terzo grado lo fanno i controllori, che dovrebbero accoglierti sul treno e invece inaspriscono gli animi con atteggiamenti privi di buone maniere. Nelle pance delle gallerie alcuni tentano di assopirsi, stanchi di non sapere dove si sta andando, ma dura poco anche per loro, perché la tensione dei corpi é tutta rivolta al sequestro di persona. Sembra che gli animi abbiano maturato la convinzione che il miglior modo di vivere è una strada tortuosa alla fine della quale non vi sia nulla. E si fanno dispetti, ora che la loro materia grezza si scompone nelle vesti del destino. Una signora indica la propria casa lontana, come se pensasse al manicure che ha smesso di fare qualche attimo prima. Il tempo non passa mai, neppure per andare a morire. Dalle stazioni ferme sugli altari dei boschi ignari cadono gocce di pioggia stellare. Il mio nome è M. Ho conosciuto S. Tra un mese farà un anno. Poco, troppo poco per amarsi. Sono giovane e bella. Non merito d'interrompere i miei sogni con la paura. Questo è niente. Dicono che la storia dimentichi e che tutti hanno voglia di vino per dimenticare ancora. Al milionesimo pianto mi chiedo chi mi ascolta: non ce la faccio più a fare finta di niente, a farmi forza come se il meglio dovesse ancora venire. La vita mangia se stessa, la sua giustizia sta nel modo in cui digerisce quel che mangia, se riposa o veglia, e dopo aver vegliato quanta verità ha da dire. Un santo si erge tra noi e ci chiede, implorando, di pregare. Sono nel mio letto, il tizzone ardente è caduto nell'acqua, spezzato in due. Le parti disunite seguono la corrente. Mi chiamo M. Ho settantanove anni. Il mio S. non c’è più. Portato via dalla corrente. Seguo il mondo. Non posso fare altro. Il mondo è un testatreno.

 

Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.