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La cura

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In principio di ogni cosa c'è la cura: cura di se stessi e cura degli altri. Questo mi hanno insegnato, questo ho trasmesso. Non si può aver cura degli altri, se non si ha cura di stessi, della propria mente, del proprio corpo, delle proprie abitudini mettendole a soqquadro, di ciò che non è proprio. Pagina sulle pagine, da sfogliare lentamente. Chi ha cura di se stesso riordina, abilita, invera, scrive una storia delicata, ha nell’armadio i colori dell’arcobaleno, negli abiti i profumi della virtù. L’eco del cacciatore insegue la notte, sparando al fuoco che brucia il taglio del bosco. Chi ha cura di se stesso si circonda dell’abbraccio degli altri, non può fare a meno di loro, come un completamento del giro sui tornanti prima di arrivare in vetta. Affiora dalla dimensione ingrigita dell’esistenza un colpo ricorrente, superiore all’ascolto. Un colpo che significa vincersi e giovare. Quell’atto d’amore noi lo chiamiamo la cura.

 

Pratica minima

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In fondo, siamo sassi di un fiume che perde acqua nel suo corso e si prosciuga. Erti torrentelli autolesionisti che hanno fatto di se stessi e dei propri argini i margini di un errore all'infinito delle stesse intemperanze. Ora so che il cuore ha bisogno d’altro: camminare senza disperdere la preziosa natura del proprio vedere. Reggiamo così poco nelle nostre mani, perché lo spirito ci è devoto e non vuole farsene una ragione della fine imminente. Ha la vista lunga lo spirito e una insaziabile curiosità. Ma chi ci ha mostrato la via di certe rivoluzioni dello spirito ignorava che tutto questo in noi si sarebbe tradotto in un modo di farci del male. I nostri figli s’assillano in nostra vece o emulandoci: questo è un aspetto. Ormai è tardi per cambiare strada, loro già hanno bevuto il nostro veleno, ma si può, da soli, prigionieri della nostra solitudine, mutare questo cibo in un’ala elementare, una sola ala, manchevole dell'altra, che trova nello spirito la sua pratica minima. Lo abbiamo fatto per renderci tollerabili al mondo, perché la nostra natura assoluta non voleva mediazioni, ma siamo diventati vittime dei nostri incubi sperimentali, soffocati da briciole d’umana dolcezza, che abbiamo rubato alla tavola del dio cieco. Ecco, la nostra colpa è stata non aver perdonato la nostra colpa, non aver trovato un freno al bisogno d'amore e aver tralasciato quel che avevamo, così diverso dal sogno che contribuimmo a costruire. I nostri figli sono lo specchio di questa contraddizione, di questo spaventevole amore reso fragile dalla propria grandezza. I sensi di smarrimento prescrivono un rimedio peggiore del male. Curiamo l'ala ferita, il turbine del vento aspetta quel volo. Torniamo dove d'abitudine siamo, come una parte della libertà d'essere che ricordiamo d'essere stati. Non frazioniamo il rimedio, traiamolo dallo spirito indivisibile. E tu, tu non lenire la pena, portala con te, ogni pena possiede una forza lenitiva.

 

La casa nel bosco

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La mia verità non è mia, a volte sfiora il viso, fa piangere, perché appare all’improvviso mentre il cuore si fa pietra e sembra voler fermarsi lì dove è giunto. La mia verità, della quale ho vergogna a parlare, perché si nasconde quando ne parlo, ha il capo chino. Ho dovuto adattarmi alla vita, che mi ha chiesto di sollevare il velo caduto sugli occhi. Mi sono rivolto a lei, che non aveva risposte, solo per sentire l’eco della mia voce perdersi in una caverna buia e profondissima di umano dolore. Quando le vedi formarsi agli angoli delle labbra la rugiada di un fiore, sai di cosa si tratta: un colore fuggito dalle mani di un pittore universale che ha lasciato cadere le sue gocce, ad una ad una lentamente, con il nome di una donna o di un uomo. I nomi, le stelle cadute del momento, scie di luce nelle caverne del cuore, dove risuona ancora la musica palpitante di Rita, una signora buona come il pane spezzato al centro di una messa, una donna consegnata alla camera ardente della verità, nell’assoluto silenzio. Ho chiesto alle mie ombre d’abbracciarmi, come giocatori di una squadra di rugby sotto la pioggia, che sentono scendere dall’alto un liquore caldo per le loro schiene. Così, sono venute le ombre, non mancano mai quando le chiami, sono venute, lampade accese nella notte d’una stanza di raccoglimento, sono venute tirando le fascine dal bosco per dare fuoco ai corpi caduti in disgrazia, per fare di quell’incenso un bagno celeste, nel quale i corpi trovano pace. Nessun punto storto sale sui monti e impedisce il cammino. Ora, puoi uscire dalla caverna in cui ti sei rinchiuso, con la tua verità appesa al collo come un amuleto, e farmi compagnia, giocando in due sotto la stessa pioggia. Ora, abbiamo in comune una verità. Tu non conosci la mia e io non conosco la tua, eppure quel che ci tiene insieme è il canto rauco della verità divisa in due, insopprimibile per entrambi, talmente forte da scuoterci, tremarci, che ha dato un senso a questo lungo e vano cammino di pezzi perduti per strada. Voglio dirti con franchezza che a me non spetta alcun giudizio sulla tua verità, come a te non serve conoscere quel che riflette la mia tempesta, ma il giorno in cui c’incontreremo, come ombre sui muri che fiancheggiano la casa nel bosco, non avremo paura l’uno dell’altro, saremo aliti di un soffio comune, pensato per svelarsi senza parole nei cuori di persone in cammino. Non dovremo fuggire, non dovremo nasconderci. Questa è la nostra terra, che vogliono portarci via con le parole astute del baratto, ma le nostre gambe hanno passi dimenticati da ritrovare, corde boschive da consacrare. Nel cercarci, teniamoci insieme, portando ciascuno all’altro una fiammella di verità silenziosa, necessaria. La mia si chiama Fiducia, "factum", secondo la lezione di Giambattista Vico, un grande napoletano ignorato da coloro che dovevano preservarlo. Fiducia, una parola cara agli eroi che l’hanno disseminata per vederla crescere. Non dimentichiamo il sacrificio di coloro che ci hanno avvicinati. Sono certo che i tuoi eroi non siano diversi dai miei. Aspettano solo d’incontrarsi nella prorotta fantasia di un Noi. "Noi siamo", qui, vivi, se abbiamo Fiducia d’esserlo e non impediamo ad altri di trovare, in questo clima fraterno, il dono di un’intima verità, che sta tutta nel fare, nel riconoscerci capaci di amare, ricredersi, cambiare.

 

Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.