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Un decalogo per la salute

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Regola n. 1. La salute è un bene prezioso. Va preservato da parte di coloro che ne sono i portatori sani, gli ammalati. E difeso rispetto a coloro che ne sono i portatori occasionali, i medici. Non esiste il medico assoluto, così come non esiste il cestello dei doni dentro al quale non può trovarsi la sorpresa sgradita. Questo esclude giudizi sommari e consente margini d’errore difficilmente censurabili. Salvo il disinteresse morale. Inaccettabile.

Regola n. 2. Guardarsi dai medici che non sbagliano mai. Si tratta di una specie professionale in grande spolvero. Tutti immersi nell’oceano della propria sapienza, che fingono d’ignorare l’esistenza di altre isole, come la loro, rigogliose per consigli e prescrizioni. Tutti stellari, senza veder le stelle. Tutti pronti a lanciare una scialuppa di salvataggio al proprio ego in difficoltà. Ed a lasciare affogare il collega che ha diagnosticato per primo, della serie "io lo avevo detto e, se non lo avevo detto, lo avevo pensato".

Regola n. 3. Guardarsi dai medici che sbagliano sempre. La coscienza dei propri errori è una maestra infallibile per chi ritiene di avere ancora molto da imparare. Ma l’ignoranza, si sa, è convinta di sapere ogni cosa. Quindi non studia, non lima, non corregge. Non chiede neanche scusa quando sbaglia. Anzi, afferma di aver ragione da vendere, come se fosse spendibile da qualche parte la ragione presunta.

Regola n. 4. L’ospedale non è un luogo d’afflizione. Il tentativo umano più riuscito, almeno nel nostro Paese, è quello di fare della degenza ospedaliera una forma preclusiva (alla vista delle persone che godono di buona salute; pur trattandosi, quest’ultimo, di un dato apparente, suscettibile di rapide oscillazioni sul mercato del cambio di casacca a seconda dei giorni). Nessuno è più bisognoso di cure di un ammalato.

Regola n. 5. La villeggiatura sanitaria non è consentita. Su questo punto, la cultura del DRG la dice lunga. Ma la dice altrettanto lunga la scatola nera dei morti ammazzati per lungodegenza. Bisogna toccarsi nei giorni respirabili, in cui diagnosi e terapia stanno insieme come compagni di giochi. Evitare di affidare ad un luogo imbiancato di fresco o ad un camice bianco ben sistemato la natura miracolosa del rifugio dai peccati, dalle paure.

Regola n. 6. Assomigliare ai medici di una volta. Con molte più cose da fare. È possibile? L’amico Enzo risponderebbe certamente: “no, non è possibile”. L’ultimo decreto del governo lo dimostra. Si mette tutta la merce in vetrina, si posizionano le luci, si allestisce il panorama attrattivo. E si aspetta il malcapitato di turno. Almeno una volta nella vita ciascuno di noi è un malcapitato. Le possibilità crescono con gli anni.

Regola n. 7. Torturare non è curare. La cura ha poco a che vedere con i farmaci. La cura è un modo di salire le scale, saltando per arrivare prima, è una forma d’entusiasmo del soccorrere, dell’alleviare, del sanare. Il medico che rivendica a se stesso il diritto di curare non può fare a meno del suo aver creduto, almeno una volta, a quel che faceva, senza riserve. Il medico che vuole chiamarsi tale non può voltare le spalle a nessuno. Mai.

Regola n. 8. Curare non è un modo di far soldi. Aiutare è un modo di spendere i soldi. Chi vuol fare i soldi con la salute deve proporre condizioni adeguate all’impresa di cui si occupa. Deve investire almeno quanto ricava. La salute è un’impresa non lucrativa. Questo non vuol dire che si affida al volontariato o che non paga coloro che vi lavorano. Al contrario, l’impresa di salute deve pareggiare il bilancio con le sue spese. Salvo il capitale circolante.

Regola n. 9. Perseverare è diabolico. La regola si riferisce al fatto, già commentato fugacemente a proposito delle regole precedenti, che “errare è umano”. La competenza di un medico non è negoziabile. Non si può fare così in fretta da sotterrare i propri errori e da farne di nuovi senza un attimo di ripensamento. Tutti concorrono all’errore umano, che ha fattezze sia individuali sia collettive. Chi giudica la colpa, vi concorre.

Regola n. 10. Il prestigio non è un privilegio. Ho conosciuto medici di grande prestigio che nemmeno sapevano a memoria il proprio nome. Li ho aspettati, mentre trascorrevano ore intere ad ascoltare le pene altrui, sorseggiando caffè e fumando sigarette che odoravano di terra amara e di sole. Li ho lasciati al tavolo di una trattoria, perché avevano vergogna a mangiare il pasto degli ammalati, come se rubassero. Non li ho abbracciati abbastanza.

Regola postuma. Bisogna parlare la stessa lingua. I giovani stanno da un’altra parte, con le loro locuzioni monche da sms (non usano buste da lettera). Coloro che prescrivono programmi di riabilitazione degli impiccati (mi sembra che il farmaco si chiami Funivit), fanno corsi serali per sciamani ed occultismo vario. Le donne dicono il rosario al mattino presto. Gli infermieri, invece, cantano i deliri, tipo “Non è Francesca”.

 

Mia moglie è stata vittima di un caso di malasanità o degli occhi secchi di colei che ha versato troppe lacrime e non ne ha più da versare e ogni cosa che guarda brucia col suo sguardo? Non è dato sapere. Neanche questo è dato sapere. Dal suo ricovero in ospedale, dove sono stati tutti molto bravi, a cominciare dal direttore dell’Unità Operativa, ho ricavato gli spunti del decalogo. Ogni riferimento a fatti (evocati nel decalogo) e persone (in esso maltrattate, sia pure con in maniera bonaria) è puramente casuale. Mia moglie non ha smesso di vivere, è sopravvissuta, nonostante gli sforzi del sistema sanitario nazionale, che comunque sentitamente ringrazio per la collaborazione involontariamente prestata. Il tono utilizzato, tra il serio e il faceto, non tragga in inganno. Il pericolo esiste. Anche se la vita è più forte. Una cosa l’ho imparata, però. L’ho imparata davvero: quando una donna, nel nostro entroterra, non riesce più a fare le tagliatelle con le uova fresche, ha smesso sostanzialmente di vivere. Grazie Pia! Avevo altri pensieri, più personali. Ma li ho dimenticati. I pensieri non sono bulloni, che se non li avviti rimangono lì, e te ne ricordi, di tanto in tanto. Un solo pensiero (personale e conclusivo) mi è ben chiaro: dedico questo breve scritto al medico che fu mio padre.

 

 

 

Fuoco d'uomo non osi

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Intendo essere breve, chiaro. Augurare ogni bene a chi fa del bene, ogni male a chi fa del male. Lo devo a tutte le persone di buona volontà che si prodigano (quasi sempre inutilmente) per affermare con nitore e pudicizia il bene, che non è mai una merce di scambio e non è mai un vanto, non è mai ristretto a pochi e non è mai un modo per sconfiggere i molti che lo attendono come il pane della vita. Il “bene comune” è un concetto ulteriore, un po’ abusato e, con buona pace di qualche amico che ci crede senza guadagnarci niente, piuttosto patinato. Lo tralascio. Faccio, invece, un esempio concreto del male. La variegata ed alta collina che allietava di vegetazione un fianco della bellissima cittadina di Cerreto Sannita è stata, ancora una volta, incendiata. Questa volta, però, il paesaggio è più spettrale, forse per l’ampiezza dello scempio compiuto dal fuoco. O forse perché il turchese del cielo sembra evocare una bellezza che mano d’uomo non dovrebbe toccare. Fatto sta che la maledizione umana si è abbattuta sulle popolazioni di Cusano Mutri e di Pietraroia, ormai da tempo sostanzialmente isolate. Sono luoghi a me cari. Ogni loro ferita sanguina nel cuore dei ricordi. Certo non rivedrò la vegetazione rifiorire, l’incanto della prospettiva riaffacciarsi da una delle finestre del Museo della Ceramica di Cerreto Sannita. Il mio tempo è breve, mentre l’offesa portata alla natura impiega un tempo molto più lungo per rimarginarsi. L’incendio, mi dicono, è doloso. Si può far questo? Si può fare del male e restare impuniti? La punizione risarcisce del dolore subito? Si può portare ristoro alle popolazioni oltraggiate? Quest’ultima cosa, credo, si possa fare. Chi intende operare per il bene, chi ha la possibilità di rendersi strumento della sua affermazione, si prodighi in tal senso: nessuno speculi, nessuno recrimini, nessuno attenda. Lo esigono le passeggiate dei ricordi, le prossime nebbie invernali, le visite numerose frante nella solitudine. Fuoco d’uomo non osi cancellare l’impronta d’una storia millenaria, che non è umana. Chi vi si riconosce farà il bene e combatterà il male. Anche dell’uomo. Che poco conta e troppo deturpa. Un bacio d'addio all'amico don Nicola Vigliotti.

 

 

 

All'inferno brilla il sole

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Ho trasmesso ad un’amica un pensiero dall’inferno. Così m’immaginavo la città, col suo mare calmo che fa fatica a respirare sotto il peso del sole, già alto nel cielo del primo mattino. Mancava all’incirca un’ora ai fatti di Brindisi. Non sapevo che lo scenario dei molli abbandoni avrebbe preso le tinte che gli si confacevano. La campanella del vitreo beccheggiare dei galeoni si sarebbe di colpo interrotta per far posto all’esplosione, allo strazio, al silenzio, al cordoglio. La mia devozione profetica, adatta a tempi di sventure, avrebbe ripreso a recitare la sua orazione funebre. Anche questa volta verrà notte e i bambini, divenuti ragazzi, andranno a dormire. Gli edifici, costruiti con materiali scadenti e alberi di cartongesso atterriti sul fianco, torneranno nelle telecamere. Le solite facce. I soliti giacimenti di dolore messi a nudo da folate d’insolente temerarietà. Le associazioni degli indignati riprenderanno la loro nenia protestante. Interromperemo le normali occupazioni: andare al museo, fare l’amore, correre in solitudine verso il traguardo oculare. I ragazzi, accolti dalle loro braccia, si metteranno in coda e aspetteranno di conoscere la nuova regola numismatica. La vita, la nostra vita detta loro una forma qualsiasi di normalità. I suoi tempi, le sue ragioni. Mariti e mogli, preti e diabetici, uccelli e cacciatori. Tutti a riempire i vuoti delle ossa che hanno perduto il soffio di vento dal quale respirare. Non siamo noi diversi da quegli assassini. Feroci con gli inermi, sodali con i furibondi, disarmati al primo cenno di lotta. Noi ci rechiamo dove ci conducono le nostre gambe buone a nulla. Il dolore messo nell’angolo. Come se non esistesse. Non comprendiamo che i giorni migliori, i successi più esaltanti, anche l’accademia e il folclore hanno un andamento non lineare, un filo da tendere. Che dobbiamo diventare migliori dei nostri giorni migliori, se vogliamo onorare i morti e distinguerci dagli assassini. Non è facile, lo so. Ma chi ci ha detto che lo fosse? Una musica d’archi che si tendono è stata scritta per questo giorno d’inferno. Siamo noi la carità e il perdono. Parole grosse per chi non regge il peso della propria sovrastante leggerezza. Qui non sono solo i ragazzi di Mesagne a venirci incontro, ma le terre che abbiamo devastato, le mani che abbiamo armato, l’ignoranza che abbiamo lusingato e posta all’altare. Siamo cellule di corpi malati. Con i nostri crisantemi sulle palpebre di un dirupo apertosi nel cuore dei morti ammazzati. Basta capricci da società dei consumi! Ogni cellula ha la sua storia, cavità in cui segmenta se stessa, per diventare l’abbozzo della rovina che conosciamo. Dobbiamo tornare alle origini del male che ci compone ed attraversa. Dalla parte dei giovani si sta con gli impianti, i tribunali, gli ospedali e i mezzi d’informazione. Non uno per tutti e tutti per uno, ma ciascuno con le proprie forze innocenti. Decretiamo, senza atto di legge, la fine della malizia, e il nostro disordine diverrà ordinato, la ricerca del colpevole non sarà affannosa, gli amanti torneranno al luogo del primo appuntamento, gli esploratori indovineranno la frase che si nasconde nel cuore dei morti ammazzati. Cerchiamo l’angelo caduto, in lui è la risposta. “La vera cura è nelle parole, persino dinanzi all’acre sacrificio delle giovani vittime. Dall’altro canto? Vuota, triste retorica di circostanza, non priva di malcelata ammissione d’assenza”, scrive una lettera d’oriente, dove nasce il sole. La libertà è un gesto responsabile, libero dal peso della colpa. Al centro del nostro mondo umano resta l’agnello sacrificale e la mano insanguinata che lo depone nel gesto votivo. Un volto di ragazza spettinata, Ifigenia prima della guerra di Troia, è l’immagine del nostro orizzonte offuscato. Accogliamo i fatti di Brindisi, non respingiamoli: colpi ripetuti, squilli di tromba, uno di seguito all’altro. E una fanciulla allo sfondo, con il braccio alzato, in segno di saluto.

 

 

 

Corale mimetico

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Su una foglia di agave misericordiosa cammino, con un piede solo, verso le rapide, nel fiume discendente. Sono pazzo a credere che tutto si attacchi a me, anche le papille gustative del cielo, sprizzanti succo di more acerbe. La mia spirale addormenta, e cerca il risveglio. Come un chitarrista sul suono della circonferenza, l’illusione interrompe il gioco. Neppure il tempo di dare un titolo alle cose, che già accadono. Tutto ha fine? Provo a ringraziare, a dare un volto alla bulimia. Mi riesce difficile credere che la mente s’illumini da sola. Hanno preso cianfrusaglie nelle stanze dei vetri smerigliati, hanno lasciato luci accese alla fine dei corridoi delle punizioni (dicono ci siano posti auto nei sotterranei al posto dei topi), hanno gridato un nome e gettato per aria i dadi. Così si uccide la storia dell’uomo! Non voglio essere un ramo nella segheria corale, preferisco il mutismo delle parole, che scorrono come promesse sul fiume dell’impeto. Tradisco slanci, avventure, vocazioni. Traccia di me in direzione “uguale e contraria”. Bisogna fare buchi nel centro della terra e collegare i serbatoi nei quali precipitano linfe vitali. Abbandonare l’azione accrescitiva. Ridurre. Selezionare e ridurre. All’ora del risveglio, nella spirale del tempo, cantano orecchie tese al fondo stradale. Non esiste un prima e un dopo. Chi governa l’azione sa che la nostra vita è destinata allo scontro. La rovina sta nell’evitarlo. Egli governa, lasciandoci l’agio di decidere di che morte morire. Ma noi non siamo che i bulloni di una carrozzeria. Eppure, tra il me e il noi, scatta una molla di rivolta. Piccola, muta, individuale. A quest’ora del mattino, ricorda il male fatto a creature impersonali, divenute tali nella perdita di senso dell’orizzonte corale. S’inchina, per ognuna di queste creature, chiede scusa. Non si lascia trafiggere, chiede scusa per il “troppo umano” che gli è sfuggito dalle mani. A colui che governa, la “terza persona” che sono, che sono diventato (per rinsecchimento o per fioritura), ricorda la sapienza dei ritorni, la profondità dei deliri, lo spazio dei consensi. Non si giunge a tale stato di grazia, finitimo al punto di finire prima dell’inizio, da soli. Non ha colpa chi ha sensi di colpa. In linguaggi di spugna, può prendersi il tempo e cambiarlo, affratellato alle acque materne del grande esordio sulla scena del mondo. Un corale muto è il canto della rivolta, un corale mimetico, come la tuta dei quei soldati che si confondono con la natura circostante per compiere azioni di libertà personale, inqualificabili prima di cominciare a scrivere. Una rivolta letteraria, molte volte annunciata, rimasta sulla carta intrisa dalle grandi penne. Una rivolta che è andata avanti nel tempo della spirale e che ora è in grado di guardarsi allo specchio con il volto disperato dei senza terra, dei senza ragione, dei senza forza. Non esiste l’inattività. La patria dei corallai è il mare. Può mai temere il mare il principio di sovranità popolare? Venite a fare di un’erba un fascio, troverete, in questa stagione dell’anno, covoni di bionde mietiture ai quattro angoli del mondo inondato di lacrime. Chi vuole attendere, attenda. Chi vuole gridare, come un virus in una muscolatura tubolare, gridi. A noi spetta la custodia dei libri sacri. Rileggere insieme le parole mute del nostro stare insieme, oltre le foreste dubbiose del domestico idillio. A noi spetta l’onda del dissenso. Costituire e sviluppare il movimento antitetico della letteratura. Antitetico a tutto quel che finge di essere quel che non è. Certo, manca il tempo. Certo, nessuno è mai venuto, prima d’ora, all’appuntamento con la storia delle rivolte vincenti. Certo, tre nomi nella testa non fanno dei rivoltosi una formazione politica, men che meno una falange militare. Non serve un’alternativa al sistema. Qui si cerca un nutrimento, una ragione per vivere, una prosecuzione dei sogni. Chiedo, a chi crede nella poesia, di spezzare una propria qualsiasi convenienza e di darne la metà alla persona per cui ha scritto, nella mente, almeno una volta.

 


L'istante eterno

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Basta togliere ad ogni parola una lettera del suo discosto alfabeto ed essa cade al suolo, trafitta da una mancanza. Tra spifferi di vento e citazioni letterarie, la parte più grande della vita è un’invenzione. In altre parole, crediamo di vivere una vita che ci è sottratta, la modelliamo come se ne disponessimo e, invece, ci cade dalle mani, come una parola trafitta da una mancanza. Dunque, così si comincia, in compagnia di se stessi, e così si finisce, guardando nuvole in mezzo al cielo, da una finestra occupata di luce che degrada, accanto al nastro della veste sguarnita. L’essere umano è come un ceppo piantato nell’ovunque. Dalle radici, portate via, sale odore di terra profonda. In minuti durati a lungo, tutto cambia. Bastano pochi minuti per sottrarre o aggiungere. Della morte di Lucia Barone non so darmi ragione. Avvenuta appena ieri, già oggi superiore alle mie forze. I ricordi non indietreggiano davanti alla scomparsa, che avanza. Basta cambiare poche lettere dell’alfabeto astenico? Istinto o istante? “Non so spiegar, non so tacer”, pronuncia il barocco “affanno” del gran maestro napoletano di canto, Nicola Antonio Giacinto Porpora. Lucia “fugge dagli occhi miei” ed io le grido dietro, con tono di Semiramide, “ricordati chi sei”. Ma la parte più grande della vita è un’invenzione. Lo sa il cane travolto sulla strada, il fiore sepolto dai suoi petali, la requie di ogni muscolo sul volto ghiaccio, bocche di parole ripetute e non colte. Il pomeriggio del giorno dopo, nel museo di Largo Donnaregina, l’Adagio di Alessandro Scarlatti portava all’Aria di Giuditta (“Se ritorno”) ancora parole, come “innocente” e “contumace”, che la toga scivolata dalla bara di Lucia ripeteva e non coglieva. Una voce dal silenzio, una voce dal buio, per slanci di seduzione e morte. Un oratorio dalle grate serrate. Le Furie nell’Aria di Vagaus “Armatae face et anguibus”, la vendetta degli sconfitti, giudicati, condannati a sorte. E il mio cuore, su cui posavano baci di note musicali, cresceva tra il padre e il figlio, tra Ares ed Eros, in cerca d’allegria e d’eternità, come nel nostro incontro per archi, in sol minore (l’Affettuoso di Francesco Durante). Fino a Mozart, la pietà e l’amore, nell’Aria di Donna Elvira, del celebre Don Giovanni. Il soprano Giacinta Nicotra intonava per te la mia canzone: “Sul tuo precipizio mi sporgo, precipito alla solenne Morte, e rinfocolo il sangue appena spento, chiuso nel tumolo refrattario. Tu sei costei che canta la clausura sepolcrale, con voce d’angelo, vibrato plettro di tenerezza e veleno, dove scorre il rivolo sul muro. La morte non ti segna il viso, le tue labbra baciano ogni volto, ma son sole, come in una canzone. Nidi di rondine, i tuoi occhi, seguitano la primavera. Chi muore rapisce l’istante eterno e lo porta con sé, dalla camera oscura del cuore alla luce di un sorriso”. Oh musica, oh gioia! Amica suscitata a bellezza incomparabile! Al cuore, dunque, mira al cuore! Ed abbi cura di te, che non sei più . Il paradiso dura un istante. Mi rispondi, dal tuo silenzio: “…il pensiero della gioia può durare per sempre…”.

 

 

"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.