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La luna dell'altro

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Nessuno può sottrarsi al potere della realtà, il potere più grande che esista. Un potere saccheggiato dalla volontà e dal caso; ma che assorbe ogni nostra azione: quella di colui che ha sonno e quella di colui che ha ribrezzo, la metamorfosi e la cura, il sapere e l’ignorare. Quando dico nessuno dico anche qualcuno: il Santo. L’uomo e la donna. Francesco e Chiara. Liberi dall’ingombro del reale come pura materialità. Più forti del dover essere, la loro anima ha reclamato uno spazio maggiore di quello che era loro assegnato dai primi anni del tredicesimo secolo, dalla diffidenza delle famiglie, dal diffuso pietrame delle valanghe sociali. Nella loro contemplazione per la predicazione vedo lo spazio aperto che oggi manca al coraggio di vivere, un interesse più esteso di quello personale, una follia d’amore che si appropria della vita sconosciuta dell’altro, intravista e contemplata come una luna, per portarla con sé nell’alcova mistica, in cui Dio è padre e confessore, supremo e umano, l’abbraccio che manca all’unione d’intenti. Nel loro lungo peregrinare Francesco e Chiara sono riusciti a tracciare la distanza tra ciò che sorregge e ciò che è sorretto, disgiungendo la forma dalla sostanza delle cose. Far parte del loro insegnamento equivale a dare testimonianza attraverso le opere esistenti. Povertà, innanzitutto, come spogliarsi o privarsi di un ornamento. Non pretendere di ricevere, ma offrirsi per versare la colma misura della fede. In questi giorni in cui si è verificata la ricorrenza della morte di Gerardino Romano (il 6 febbraio scorso sono trascorsi diciotto anni), ho pensato spesso a loro, anche per l’imminente e gradito incontro con Padre Mariano Parente e con la letteratura di San Francesco che egli ci propone. Domenica scorsa (6 febbraio) sono salito verso il massiccio della Leonessa, dove ero solito andare con mio nonno e ho passeggiato, tenendo la mano a Carlo, mio figlio, come se fosse uno di loro (“sono nati con te / i vivi e i morti”, scrissi in occasione della sua nascita). Abbiamo passeggiato sopra Cerreto Sannita, superato il santuario della Madonna delle Grazie, dove vive e svolge la sua opera di devozione religiosa Padre Mariano. L’aria era limpida, primaverile. Ci siamo spinti lentamente nello spazio aperto, abbiamo sorriso nei remoti intrecci della realtà temporanea, per noi simile ad un paradiso terrestre. Le zolle erano state rimosse, odorose di letame. Spuntavano radi fili d’erba. Il sole ondeggiava nel vento. Il passato, carico di ricordi, ci accompagnava verso il futuro. Dal terrazzo de “La vecchia quercia”, il ristorante da noi tanto amato e frequentato, cadevano gli sguardi dei bambini come petali leggerissimi che si andavano a posare in un punto dell’orizzonte dove solo il cuore poteva arrivare. Scrive Adolfo Omodeo, evocando i versi del Carducci: "Purificato dai caduchi interessi dell'empirica vita, il valore accumulato delle opere umane ci perviene dal passato e dalla morte".  S'intravvedeva già la nobile luna dell'altro.

 

 

 

La poesia è preghiera

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Si è approssimata la fine, è trascorsa, ora viene l’inizio. Ci portiamo dietro la nascita rituale del Cristo. Un Gesù, figlio di Maria, caro anche ad altre religioni. Le giornate si allungano, da qui in poi. Corriamo verso un’altra tappa sconosciuta, come la messe che respira il vento, s’affigge al suo dettame flessuoso per esser colta e travolta in un giorno qualunque, da mani che consegneranno ad altre mani, molte volte, il frutto simbolico dell’abbondanza. Non saranno sfamate ma saziate le bocche dell’avvenire, perché saranno poche per i campi in fiore. Anche su quei campi il sole durerà più a lungo ogni giorno, fino alla pasqua, fino alla morte del Cristo in croce, sanguinante nel costato, il capo rivolto in avanti, quasi a scorgere il vuoto delle proprie membra stracciate, un cespuglio di spine descritto dalla tavola di Grünewald, nel sedicesimo secolo, con la pietà che ci è stata donata dal breve momento dell’arte. Andremo avanti così, imperterriti, fino alla resurrezione. E non guarderemo a questi giorni d’attesa, d’inizio anno. Cercheremo, come sempre facciamo, altrove il nostro motivo dominante, la nostra ragion d’essere. Ci volgeremo a chi non ascolta e, in questo modo, aumenteremo la nostra inquietudine. Qualcuno, allontanatosi per leggere le parole della tradizione, troverà nel mondo che egli si è dato le ragioni del suo esistere. Ma non tornerà da dove è venuto per raccontarlo. Gesù il Nazareno lo ha fatto. Senza armate, senza ali, senza paura. Lo ha fatto nella nuda condizione che gli era offerta dalla sua natura, quella della semplicità. Uomo o Dio che fosse. Lo ha fatto senza paura, che “non ha luogo in amore”. Scrive Giovanni il discepolo prediletto, quello che poggia il capo sul petto del Maestro nell’ultima cena: “il compiuto amore respinge la paura, perché paura ha in sé il castigo: chi ha paura non è perfetto in amore”. Gesù lo ha fatto, contro la tradizione delle forme prive di forma, lo ha fatto nello spirito di un tempo nuovo, in grado di sfamare i bisognosi e di affamare i sazi. “Amarci l’un l’altro”. Questo il suo solo comandamento. Giovanni, per breve libertà datagli dalla preghiera, sussurra: “chi non ama, rimane nella morte”. Qualcuno ascolta, segue, lascia il bisogno di possedere le cose che gli passano accanto, si allontana dal mondo per tornare al compito di farne parte, emulando chi lo ha fatto tanti anni addietro (emulazione becera, imperfetta dei figli malconci di un Dio ignorato da chi lo venera). A costui sento di voler dedicare il primo pensiero dell’anno. Non so se esiste l’uomo di cui parlo. Se esiste, scrive splendide poesie che nessuno legge. Di lui conosciamo qualche pseudonimo, i mestieri peggiori di cui si nutre la sua famiglia, ma non conosciamo l’esempio che fieramente cura di giorno in giorno sull’altare denutrito della poesia. Nei casellari giudiziari il suo nome circola come le scorie del grano nelle pale del mugnaio. Non è più lui a dover dar conto del suo operato. Proprio come accadde al Cristo. Egli, se esiste, si ripete, nel buio pesto dell’antro esistenziale: “Dio è luce, e in lui non v’è tenebra alcuna”. Tutto ruota intorno alla “Parola della vita”. Il poeta segreto, l’uomo che forse nessuno conosce, perché potrebbe non esistere, non può essere l’emulo del Cristo (troppo alta la sua croce), ma è quel che cerchiamo, sotto le mentite spoglie dell’uomo qualunque. Ognuno di noi può diventare o decidere di essere un segno della Speranza. Basta aver fede nell’immagine estrema del nostro peregrinare. Ancora Giovanni: “E questa è la fede che in lui abbiamo; che se qualche cosa gli chiediamo, secondo il suo volere, egli ci esaudisce. E se confidiamo ch’egli ci ascolti nei nostri desideri, sappiamo di possedere già quanto gli abbiamo richiesto”. L’uomo, la storia dell’uomo, è nelle parole illustrate da un poeta di tale grandezza. Con Salvatore Quasimodo, che lo ha tradotto: “La poesia non nasce da alcuna imposizione, lo sappiamo da secoli, ma la poesia dà la verità. Questa è la sua presenza”. La poesia è preghiera solo per la bocca di chi prega. Abbandoniamo una volta per tutte il mito dell’identità personale come una garanzia di successo della nostra civiltà (divenuta) occasionale! Ho scritto, a memoria dell’amicizia giovannea: “Sono nell’acqua del mondo, non c’è acqua che non mi abbia bagnato. Eppure non sono il mondo. Ricorda il tempo che ci è stato donato e salvalo dalla rovina di ogni cosa del mondo”. Mi auguro che questo anno non passi invano, che ogni istante sottoponga il capo alla benedizione del tempo, che in noi riposi il coraggio e che in noi trovi la forza del cambiamento. Per non dare l’idea che volessi concentrare l’attenzione su un particolare che non tutto ricomprende, termino con un invito a meditare sulla cattiva abitudine umana al rinvio dell’incombente dinanzi all’ignoto che incombe. Con Seneca: “il maggior spreco della vita è il differirla”. Vivere, dunque, questo mi auguro per la nostra Fondazione, dopo gli anni della costituzione e quelli della consolidazione. Dunque, viviamo!

 

 

La parete bianca

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La nostra vita, la forma che ha assunto, risponde ad una logica innaturale: quella del privilegio e della distanza. Nessuna persona di buon senso può credere che sia vero, eppure facciamo in modo di convincerci che sia vero. Il nostro corpo sanguina, le nostre anime perdono stimoli ogni giorno ma noi facciamo in modo che tutto questo non traspaia, che nessuno possa vedere il nostro dolore. Troppo evidente il riserbo per minimizzare la condizione della nostra vita! Ne voglio parlare per incitare ad una relazione non necessariamente migliore ma sgombra da equivoci. Gli equivoci sono l’elemento costitutivo delle nostre relazioni umane, nelle quali tutti abbiamo ragione e tutti abbiamo torto, si tratta di un gioco delle parole confuse ad altre parole, dilatate dalla risonanza incolta del consumo mediano, il gioco delle regole del gioco, cui ho già fatto cenno in questo blog. Torno sul tema perché vorrei dedicare qualche istante alla debolezza, alla inadeguatezza del nostro stato di umana salute. Non voglio sostenere una tesi, ma sincerarmi del fatto che sono vivo e che la mia vita ha dei limiti intrinseci, con i quali entra continuamente in conflitto. Si tratta di limiti che il quotidiano dimenarsi della mia vita sposta in avanti o indietro, a seconda delle circostanze, e che restano tali a dispetto della mia pretesa di supremazia rispetto ad essi. Faccio come coloro che spostano di continuo i mobili della propria casa, da una parete a quella opposta, e viceversa. I mobili, tuttavia, nonostante il tentato inganno, restano fermi nel loro proposito d’identità, sempre gli stessi, e nessuna invenzione sarà possibile per modificare la quadratura degli ambienti in cui sono (a volte casualmente) posti. A proposito di limiti, mi limito a descrivere il punto al quale siamo da tempo approdati. Il tempo del privilegio e della distanza è finito. Le energie vitali vanno cercate altrove, nel fondamento morale della nostra esistenza. E dico “nostra” non a caso: apparteniamo ad una comunità alla quale non possiamo sottrarci, non solo e non tanto per ragioni di filosofia politica, quanto per le ragioni della vita stessa, che sono immancabilmente comuni a tutti noi, ricchi e poveri, sani e malati, stucchevoli e creativi. Se la premessa ha un minimo di onestà (sarebbe troppo ipotizzare un sia pur minimo grado di esattezza), ciascuno di noi vive affrontando il proprio svantaggio, il limite cui accennavo che gli si è ritorto contro a seguito della mancata accettazione, e questo handicap se lo porta dietro, deve conviverci, al punto di non poterne fare più a meno. Eppure cosa si fa per riconoscerlo o farlo riconoscere? Nulla, assolutamente nulla. La nostra è una condizione stupida e scoperta, una verità che diviene illimitatamente irraggiungibile, a meno di esservi costretti. Dalla costrizione dobbiamo ripartire, da essa in poi scopriamo che la storia è un solco come la ruga sul volto del morente. Nessuna lacrima né consolazione, solo il trascinarci con grande sforzo fino al vaso di fiori alla finestra prima di sentire di non farcela a tornare indietro, prima di sentire il bisogno di chiedere aiuto. La nostra normalità è una bugia. Siamo o dovremmo essere considerati tutti diversamente abili per riuscire a descrivere la zona reclusa nella quale viviamo, la nostra finta libertà, che di libero ha appena il circolar dell’aria intorno a noi. Perché tutto si chiude, come ogni sera, e non riusciremo ad alzarci dal letto domattina se non attraverso un atto di svelamento. Basta riconoscerci uguali a coloro che ignoriamo, dividere con loro le pene e le attese, le nostre sono piene di addii. Il tocco di una mano ci sana, perché non siamo malati ma bisognosi di un finale diverso, non scritto da nessuna parte, in cerca di una strada e di una casa alla quale tornare. Il mio superuomo è un albero per strada, la mia grandezza non è superiore a quella di una foglia, i miei amici hanno smesso di fingere e mi hanno accolto nella casa della diversità, del dialogo e dell’altruismo, oggetti caduti da un mobile di legno antico posto su una parete bianca.

 

 

Legger-mente

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La vita è ciò di cui essere degni. Molti vogliono convincerci del contrario. Ha ragione Primo Levi: siamo soli e la nostra solitudine è irrefrenabile. I molti di cui si parla, spinti da uno spirito di vendetta, si muovono nell’ombra per accrescere la nostra solitudine, sapendo che la nostra sensibilità ai problemi e la nostra consapevolezza della complessità possono diventare un modo per danneggiarci e, al contempo, per accrescere la loro forza, per renderla invincibile. Dobbiamo convincerci invece che siamo soli, ma non siamo isolati. Intorno a noi c’è il mondo che hanno costruito a fatica, al prezzo dei grandi sacrifici di cui si ode ancora una debole eco, i nostri padri. Non dobbiamo dimenticarlo. Un mondo che ci responsabilizza e ci garantisce e mai ci mortifica è stato donato a noi dalla Storia. Dobbiamo esserne degni. Dobbiamo pretenderlo. Non dobbiamo cedere ai tranelli di appetiti momentanei, dobbiamo evitare la calunnia, la facile e indifferente compiacenza verso il potere, e le tecniche di aggressione di cui esso si serve e, se ne restiamo vittime, dobbiamo tener saldi a terra i nostri principi, farci scudo dei valori che ci hanno inculcato e che abbiamo scelto. Il potere è astuto, vigila per esercitare pressione sulle nostre solitudini disarmate e per dare un senso alla propria sdrucita e inefficace presenza. In questo tempo in maschera, liberticida, il pensiero dominante deve essere leopardianamente la poesia, che si situa nella parte opposta a quella in cui siede il potere, perché è spoglia di orpelli, muta e presente in un luogo d’immane chiarezza. Molti le hanno da tempo voltato le spalle e deformano la realtà che pretendono di governare. La poesia è suddita. La si trova ovunque, ma per trovarla occorrono gran lena e forti rinunce. Contro le ombre lunghe del potere si può compiere una leggera pressione sulla parte più dolente del corpo, la mente, per togliere l’ansia dalla sua sede naturale. Farlo così, legger-mente. E sperare che passi. Ma a volte ci sentiamo persi. Come sottrarci ad un nucleo esploso in fatti apparentemente coerenti? I buoni e i cattivi non sono segnati in assoluto! Ricordate l’Ecclesiaste? Bisogna far tesoro delle differenze e farsi carico delle responsabilità, non per indicare una colpa ma una libertà, attenuando quel senso allusivo di scontro che altera il nostro stato d’animo, rendendolo pavido e insicuro, avverso ai nostri stessi diritti garantiti nel cuore della democrazia. Non crediamo in un mondo corrusco di lacrime, pur consapevoli di quante versarne per vivere dignitosamente (la dignità, ancor prima della libertà, è quel che i deformi interpreti del potere intendono comprimere per aver conferma alla propria vile, perché oscura, egemonia). C’è da credere alla felicità degli uomini, come al loro dolore: entrambi hanno a che fare con i diritti garantiti nel cuore della democrazia, che oggi si limita ad apparire una città piena di persone che fanno uso indiscriminato di beni e servizi comuni di cui ignorano l’origine. Bisogna saper credere, come diceva Pasolini, nella felicità, abbandonarsi ad essa, come ad una ragione compiuta, articolata nella distinzione dell’essere umano. Abbiamo un mondo da salvare, anche di là dai nostri figli, nonostante i futili temi che a volte lo riempiono. Non ci arrendiamo alla futilità. Se il sistema tiene, perché ci accomuna, vogliamo offrirci al travaso di sangue che evolve e risolve le improprie contaminazioni di genere. Incombe su di noi un pericolo: quello di non riuscire più a riconoscere i nostri obiettivi, come se presi dalla lotta avessimo perso i volti cari per i quali abbiamo cominciato a lottare. Solo il sogno imperfetto della poesia può rimettere ordine, darci pace, conferirci il diritto ad una qualche risposta. “La speranza nel frattempo”. Come s’intitola il bel volume che raccoglie la conversazione tra John Berger, uno scrittore da noi molto studiato e lodato, e l’attivista indiana Arundhati Roy. Su una delle prime pagine del libro, tutta bianca con uno spazio traverso laterale appena occupato, è riportata una frase di Victor Serge: “Quel che c’è di terribile / quando si cerca la verità / è che la si trova”. La "verità della poesia", direbbe Paul Celan. Un piccolo grazie a colei che si è premurata di ricordarci che siamo sempre in tempo a nutrirci di un sentimento. Una carezza. Legger-mente.

 

 

Il dono del tempo

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Il tempo non ha fretta: chi ha fretta non ha mai tempo. Ciò di cui si ha bisogno arriva all'improvviso, dopo un lungo penare. E peregrinare. Spazia dal centro dell'essere e lo rende umano, come una deflagrazione che separando i pezzi li ricompone in una dimensione nuova. Il tempo è pace, con se stessi e con gli altri. Per assaporarlo occorre togliere dalle sue fauci la dinamite di un risultato grondante di malattie. Ogni uomo ha una sua misura. Questo non significa che ogni uomo abbia il suo prezzo. La follia è portarsi per mano ad uno sconosciuto e pretendere che decida per noi. L'altro viene dopo, come dopo aver cucinato si compone la tavola per l'ospite. Prima bisogna aver cura di noi stessi per poter prestare attenzione al mondo delle intemperie, non disgiunto dai piccoli accadimenti nei quali cerchiamo vanagloria. Non ci si soffermi troppo, perciò, sul ciglio di ogni espressione contraria, non si avversi troppo il futuro. Quel che abbiamo ci deriva da quel che siamo, e che siamo anche quando perdiamo la strada. Le formidabili menti ci chiedono di tenere in ordine la nostra mente, non abbandonarla nelle mani del primo venuto. Non si può che essere d'accordo con loro. Nessun uomo è da buttar via e nessuno è in grado di salvarlo. Ma il pendolo del tempo continua ad oscillare e una decisione bisogna pur prenderla: da un lato l'invocazione d'aiuto, dall'altro il soffocamento delle parole. Cosa dire a chi soffre per lascito ereditario? Non gli si può dire di uscire da sé e inoltrarsi per strade che non conosce, non gli si può dire che il mondo delle intemperie è inesistente, non gli si può dire che il dolore purifica. Ogni giorno ed ogni notte colui che soffre rischia di perdere la bussola. Il suo tempo non ha mai fretta, lo aspetta al varco, lo aggredisce per derubarlo. Il tempo della sofferenza è addirittura immobile, si contraddice pur di affermare le proprie ragioni. Allora bisogna rivedere il punto di partenza del nostro ragionamento, pur vero, pure ispirato dal buon senso, perché il buon senso lega i pezzi di una struttura edile o le parti di una sentenza ma non tiene insieme una vita che va in frantumi. Di torsioni infinite è composto il finito. Chi può farcela? Chi non vuol vedere o chi vuole togliersi la benda dagli occhi? Forse non cambia molto quando si è davanti al plotone di esecuzione. Ma una differenza sento che esiste, ne avverto la profondità. Cerco di indagarla, scendendo in essa con tutto il corpo indolenzito. Esistono due mondi, oltre ai miliardi di mondi incomprensibili in questo momento. Il mondo eretto a sistema ed il mondo scoperto, il mondo cioé delle ferite sanguinanti, al quale non è riservato neppure il diritto alla riservatezza o al silenzio. A questo secondo mondo ci volgiamo rassicurati, prendendo a prestito le illusioni e le competenze del primo. La via di mezzo è assai stretta, bisogna calarsi parecchio, diventare un soffio di vento per indagare le fessure di quel mondo. La porta che conduce dall'altra parte è difficile da trovare, sembra l'indovinello di una fiaba, ma aspetta solo di essere spalancata. Quel che ci sarà consentito di vedere non ci piacerà: la morte e la vita, l'ingiuria del tempo e la sua diffamante ironia, la violenza e la manomissione dei corpi. Eppure quel che vedremo è quel che ci unirà per sempre. Capiremo l'unità d'essere uomini , la solidarietà d'essere uomini. Capiremo che il tempo, il poco tempo rimasto, va donato.

 

 

"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.